Don Chisciotte vs content marketing

27 Novembre 2014
stefano dal secco
racconto

 

(Oggi cerchiamo di metterci in discussione da soli, dal momento che Cogito ha deciso di puntare decisamente sul content marketing. Non essere troppo d'accordo con se stessi aiuta a stare svegli).

Qualcuno di voi legge ancora dei libri? Avete presente? … quei parallelepipedi di carta che durante alcune centinaia di anni (da Lutero a Harry Potter) si sono venuti delineando come l’oggetto per eccellenza che catterizza gli esseri poco adatti a vivere nella realtà (Don Chisciotte e la signora Bovary, giusto per dire).

Io non lo faccio quasi più. Tuttavia, durante buona parte della mia vita ho avuto molta più confidenza con il principe Myskin, Clarice Starling e Holden Caufield, che non il mio compagno di banco e mi orientavo molto meglio tra le vie intorno all’ufficio di Simenon o le nelle traverse della Quinta Strada che non nei vicoli dietro casa mia.

stories are everywhere / there are no stories

Ricordo, di quei tempi, come non fosse semplice (diciamocelo, non era possibile) far capire a genitori, amici – e talvolta anche fidanzate – perché le STORIE erano importanti, perché valeva la pena rovinarsi economicamente in libreria. Il mondo sarebbe stato un posto migliore se tutti avessero letto più romanzi? Ricordo che qualcuno a quel tempo diceva (forse era in un film di Rohmer) che una ragazza con un libro in mano era una delle cose più desiderabili (per dirla altrimenti: “quando una donna con uno smartphone incontra una donna con un libro, la donna con lo smartphone è una donna morta”).

Dopo qualche anno, all’università, uno dei quesiti che ci tormentava (beata gioventù!) era se la vita fosse lastricata di storie e bastava chinarsi e raccoglierle, oppure se fosse la negazione stessa delle storie, in quanto flusso senza ordine e senza senso. Ovviamente, come sempre, sono vere entrambe le cose o nessuna: è ovvio che la vita non è, DI PER SÈ, ordinata e strutturata come un racconto, e soprattutto che essa non è mai percepita come racconto dal suo protagonista, ma è anche vero che per uno spettatore/narratore il mondo è pieno di fantastiche storie uomini e donne la cui vita è già per proprio conto un racconto quasi pronto.

un salto di scala

Ma dove voglio andare a parare? Questa volta abbiamo preso la strada che fa il giro panoramico, quindi pazientate ancora un momento e seguitemi lungo il sentiero scosceso.

C’è un concetto che mi intrigava, riguardo ai generi letterari (credo sia derivato da letture di Borges, Italo Calvino, Perec e roba simile). Questo è il meccanismo: in qualche maniera nasceva un genere (diciamo “romanzo”) e per moltissimo tempo dentro a quel genere si abitava; vale a dire che si scrivevano per secoli storie dentro alla staccionata definita da quel genere letterario. A un certo punto c’è stato qualcosa di simile a un salto di scala: non è infatti che si sia creato un genere nuovo, ma si sono iniziati a "consumare" i generi, come prima si consumavano prima le storie.

Provo a spiegarla in un altro modo: dopo che era stato scritto il Don Chisciotte non aveva senso che un romanziere pubblicasse una storia su un hidalgo morbosamente appassionato di romanzi cavallereschi che si inventa cavaliere errante dedicando imprese improbabili a un’immaginaria Dulcinea del Toboso; analogamente, a un certo momento della storia recente, ha iniziato a non avere più molto senso scrivere un romanzo basato sul flusso di coscienza dopo l’Ulisse. Si consumano i “modelli” al posto dei “prodotti”, insomma.

Perché questa cosa mi turbava? Perché era come se invece di mangiare le mele uno iniziasse a mangiare gli alberi di mele, e dopo qualche giorno iniziasse a mangiare le specie, poi i generi, poi le famiglie, poi gli ordini e via di questo passo.

Insomma temevo la fine del mondo.

 

 

la fine delle storie / la fine del mondo

Le seguenti citazioni sono tratte da alcune pubblicazioni di una delle maggiori compagnie che lavorano nel “content marketing”.

People are hungry for stories. It’s part of our very being.

Write stories, not sales pitches: with millions of websites, blogs, TV shows and apps competing for the attention of users, it’s critical that you write content that grabs people’s attention.

Get people to like, love, want, buy.

“Content marketing” significa questo: raccontare storie (belle storie, storie coinvolgenti) per catturare per un attimo l’attenzione dei possibili consumatori che non ne possono più della pubblicità diretta, stordirli un poco, giusto il tempo per vender loro qualcosa.

È una pratica riprovevole? È poco morale (ebbene sì, sono un moralista)? Mi sono messo a scrivere questo pezzo perché ho provato un senso di indignazione, dal punto di vista delle storie: state uccidendo il racconto, state "sporcando" il narrare. Il racconto è una delle caratteristiche che maggiormente individuano il nostro “essere umani”, una delle poche cose che ci differenziano da giraffe, topi e funghi. Lo sterminio del racconto (tramite la sua trasformazione in strumento di persuasione e trucco da baraccone) ha un impatto simile allo sterminio della foresta tropicale o all’accumulo del gas serra, sulla nostra specie.

Allora, usiamo il racconto per raccontare, per stupire, per spaventare, per incantare, per innamorare, per divertire! Per perdere tempo! Anche prima di salvare la foca monaca, salviamo il racconto!